Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa

È difficile parlare di questo libro ed è ancora più difficile rimanere imparziale dopo la lettura di questa storia. La storia inizia nel 1947 quando in Palestina cominciano ad arrivare i primi ebrei sopravvissuti alle atrocità dell’ olocausto. 

Attraverso i ricordi e gli occhi Amal assistiamo alla guerra più lunga mai vista, che tuttora imperversa, la guerra tra Israele e Palestina, una guerra fatta di atrocità e sofferenze, di soprusi e crimini. 

Titolo: Ogni mattina a Jenin
Autore: Susan Abulhawa
Edizione: Feltrinelli economica
Prezzo cartaceo: € 11.90
Prezzo ebook:€ 7.99
Genere: Narrativa contemporanea
Data di uscita: 23/01/2013
Numero di pagine: 400
Trama: Un romanzo struggente che può fare per la Palestina ciò che il “Cacciatore di aquiloni” ha fatto per l’Afghanistan. Racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di “senza patria”. Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l’abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snoda la storia di Amal: l’infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell’arco di quasi sessant’anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c’è la tragedia dell’esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L’autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, racconta la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all’amore.

Recensione

Questo libro non è facile, ci sono descrizioni crude, brutali, di fatti realmente accaduti ed è giusto che sia così.

Leggere di Amal e della sua famiglia mi ha aperto gli occhi su un tema attuale di cui conoscevo molto poco, le varie informazioni riportate nel libro hanno tutte fonti certe ed attendibili.

Le atrocità che oggi si vedono sono sfrutto di anni di guerre, dove ancora una volta gli unici che ne hanno pagato le conseguenze sono sempre le classi più indifese dove l’ unico crimine commesso è stato quello di voler vivere in pace nella propria terra. 

Nel libro viene sottolineato spesso le condizioni in cui si viveva nei campi profughi, condizioni degradanti, inumane, eppure, tra tutto questo l’ autrice ci riporta anche qualche momento felice. Amal che ricorda di come giocava da bambina in mezzo alla polvere, scalza, che per lei era la ” normalità”. Ecco non dovrebbe essere normale andare in giro scalzi, giocare con i sassi e sapere che il pasto principale è solo uno al giorno.

Nonostante tutto, Amal è stata una bambina molto fortunata, ha avuto la possibilità di lasciare la sua terra e vivere in America. Scoprire che in altri parti del mondo non esiste il coprifuoco, che non c’è nessun soldato dietro l’angolo pronto a fucilarti fa capire bene che divario c’è tra loro e noi.

Non comprendo come un popolo che ha subito atrocità come l’ olocausto sia arrivato a saccheggiare e uccidere un popolo che avrebbe potuto ospitarli serenamente, probabilmente uno sfogo di tutta la violenza subita e no, questo non giustifica le loro azioni. Eppure bastava così poco, potevano essere due popoli che condividevano una terra ricca.

Questo libro apre gli occhi anche su aspetti che i telegiornali non menzionano, come mai i palestinesi vengono descritti come un popolo violento quando sono stati loro a subire le razzie della loro terra? Il problema è che alla fine di tutto a rimetterci sono sempre i più deboli, vittime di un potere più grande, dove, mentre i potenti giocano a Risiko, la gente vive in baracche e muore di fame.

Consiglio la lettura di questo libro se volete saperne di più sulla guerra in Palestina, e cosa la gente sta affrontando tutt’oggi.

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